Un tempo si diceva due cuori e una capanna.
La fase dell'innamoramento ci fa dimenticare il resto del mondo.
Bruci pure la città...tanto noi siamo innamorati!
Per quanto accanto a questi due cuori qualcosa si aggiunge sempre.
Un simbolo, qualcosa che suggelli, che indichi l'unione.
Raccogliere e tenere in tasca un fazzoletto? Un guanto? Roba d'altri tempi.
Ho visto alla Tv che nei college americani usavan dare alla fidanzata la spilla della propria squadra o confraternita o il giubbotto. Roba d'oltreoceano.
Quando andavo a scuola vedevo che si scambiavano il ciondolo con l'iniziale, si portava così addosso l'iniziale dell'altro. In tempi più recenti magari se lo fanno anche tatuare!
Una simbologia che non basta più.
Nel mondo dello status simbol materiale, nell'epoca delle nuove comunicazioni, c'è un nuovo evento che testimonia due cuori nuovi insieme: L'opzione telefonica.
You&Me
Noi2
e non so cos'altro...
per spendere meno e parlare di più.
E' la nuova capanna.
Mi domando se i gestori telefonici ci facciano caso. Alle storie d'amore intendo. Quelle che nascono, o quelle che finiscono. Testimoniate dell'attivazione o da un cambio d'opzione.
Un'indagine telefonico-sentimentale.
Com' ingannevole l'idea di libertà del'io che pensa di piegare la vita alla sua volontà.
La natura segue indifferente il suo ciclo.
Oh Benefica capacità di lasciarsi andare..
..nel cedimento dell'io sta il segreto dell'esistenza,
quella sottile parentela tra amore e morte.
La mani che stringono le mani
grandi, più piccole
strette gagliarde e deboli prese
diafane e scure.
I sorrisi, i volti
i nomi che non ricorderai
i suoni, le voci, quelle conosciute
quelle riconoscibili, quelle straniere
i ragazzi alti, quelli piccolini
gli occhi guardano, si sgranano curiosi,
sbirciano maliziosi, si voltano annoiati.
Un complimento inatteso,
i racconti di un viaggio
i mestieri strani e quelli ordinari
le parole, l’ascolto, la scoperta
di chi prima non esistevae poi c’è
e se lo rivedi lo riconoscerai.
Le parole, le parole
tutte le parole dette e ascoltate,
percepite a metà, volate le une sulle altre,
quelle intuite, quelle straniere
le espressioni ironiche, quelle forbite, i modi di dire
le esclamazioni colorite e quelle sconosciute.
Un sorriso, un assaggio, un profumo,
uno sguardo. Volano ore...
...e poi mani che stringono mani
e un saluto affettuoso a chi prima non conoscevi e poi c’è
e i ragazzi dell’aperitivo se ne vanno a tarda notte
tutti insieme, voci, suoni, colori, profumi, parole, parole parole
sorrisi.
La festa si consuma come un bastoncino di stelline a capodanno
che subito ne vuoi un altro
che sembra chissacchè ma poi è subito finito
però ti ha messo allegria e sei pronto a riconominciare.
Quando le cose non vanno inizio a iperfunzionare.
Studio di più.
Lavoro di più.
Questo potrebbe essere ritenuto un pregio.
Spesso non lo è.
Ci vuole il tempo.
Il tempo di piangere...
Il tempo di arrabbiarsi...
...di preoccuparsi, di avere anche paura..
ci vuole il tempo.
Spesso io questo tempo non me lo voglio dare.
Voglio subito fare, fare per non pensare.
Fare per non sentire.
Allora le orecchie si tappano, vivono di rumore proprio.
Per non sentire troppo.
Ma ci vuole il tempo.
Tempo per ascoltarsi.
Tempo anche per abbrutirsi.
Tempo per sé.
Mi racconto a me stessa come una persona sempre estremamente fragile, bisognosa d'esser condotta per mano attraverso la vita, poi sempre più spesso mi scopro risoluta, forte, talvolta rigida.
Una forza che ho speriamentato sentendomi più forte di chi credevo mi avrebbe sostenuta e che si è lasciato sopraffare più di me, che si è lasciato tenere la mano, quando credevo che avrebbe tenuto la mia.
Questa forza mi soprende, mi appaga e mi spaventa anche.
Ma la guardo, la osservo questa parte di me piena di un'energia che ho sempre ritunuto di non avere.
Perchè non la guardavo?
Adesso sono anche risoluta e so di esserlo su tante cose e anche su di te.
Te che sei sempre sofferente e sfuggente.
Te che sei ancora impantanato nell'analisi di te stesso al punto da non poter vivere più di tanto quello che accade a un palmo dal tuo naso.
Te che ancora dopo anni mi dai la stessa emozione.
Te che però oggi mi fai anche repulsione.
Mi repelle questo pantano di emozioni tue personali che non vuoi condividere, questa sofferenza su cui ti ergi come fosse un piedistallo.
Questo dolore che sembra che solo tu sia in grado di provare e più ancora questo dolore che sembra che nessuno sia degno e in grado di capire, manco il tuo analista, da cui ti fai aiutare forse solo fino ad un certo punto.
Poi sarei io quella che è diffidente. Quella che vive nel suo spazio e non lascia entrare le persone.
Ma è la tua la porta è serrata.
Cosa l'hai dischiusa a fare per brevi attimi di sintonia, piacere e benessere complice se poi dovevi battere in ritirata senza possibilità d'appello?
La tua porta è serrata.
Lo sento e me ne distanzio.
Non busso più, non aspetto sul pianerottolo, non do testate al muro.
Mi volto e continuo a camminare, prendendo quello che provo come qualcosa da capire per conoscere ancora meglio me stessa e capire perchè uno come te mi emoziona.
Però, consapevole anche che la parte nera di te mi repelle. Vado verso la luce, e ti lascio nel tuo buio.
Nel tuo buio fango di sofferenza, crisi e solitudine ci resti da solo.
Vado verso la luce. Verso un domani tutto mio.
Adesso la cosa mi rende un poco triste.
Non ci sono lutti però. Non ho lasciato che il coltello emotivo tagliasse così tanto la mia anima stavolta.
Mi volto e continuo a camminare.
Si dice sia fatta di brevi momenti..
momenti fatti di cosa?
è difficile dirlo..
è un'intima sensazione..
che nel momento in cui la possiedi temi ti scappi dal cuore..
chissà perchè poi
pare che non siamo pronti a godercela a pieno per quel che vale e dura, cosa che invece facciamo alla grande con tristezza, rabbia, paura e dubbio.. li ci si sguazza..
ma questa tanto desiderata è forse quasi temuta forse
ma io non ti voglio temere più felicità!
e se mi capiti
anche se non so capire bene a fondo la tua causa
(anche se un paio di idee ce le ho..)
mi ti voglio godere...anche se duri l'arco di una mattina, o un breve quarto d'ora..
e voglio lasciare traccia anche di te
non solo della
rabbia
tristezza
paura
dubbio
ma anche di te
amata, anelata, temuta
felicità
oggi ti ho stretta in pugno per un po'
e anche quando sarai passata, ti voglio tenere come un energia per affrontare momenti in cui mancherai da me
e mi sento molto grata.
Potevo mai io nell'andando alla ricerca di me stessa medesima rimanere avulsa dall'oriental consiglio?
No, no!
E allora piccola scheggia si è rivolta ad un librino Zen, dove ti legge quanto segue:
"Maestro qual'è il segreto per raggiungere la piena consapevolezza di sè?"
"Hai mangiato?" risponde il maestro
"Si".
"Allora lava la tua ciotola". sentenzia il maestro.
A parte i primi secondi di risa acute pe sto schiavista deprivato di lavastoviglie, mi sono messa a riflettere seriamente.
Le piccole cose. Quelle che ogni giorno compiamo senza pensarci. I cosiddetti automatismi. Sono diventati tali perchè li compiamo senza problemi, senza più aver bisogno di prestarci attenzione.
Eppure prestare attenzione a questi momenti piccini: camminare, lavare un piatto, ma anche solo respirare, ci rende consapevoli di noi stessi in un momento di estrema tranquillità.
Consapevoli del nostro corpo e del nostro stato emotivo mentre compiamo qualcosa di estremamente rassicurante e ripetuto ci rende certi. Certi e centrati su di noi.
Molto cognitico comportamentale.
Una sorta di desensibilizzazione sistematica, solo più zen.
Cammino su di un filo sospesa...
questa è la sensazione,
la stessa del vuoto allo stomaco dell'altalena da bambina
un po' ti sprona ad andare avanti
un po' ti fa paura e non sai cosa accadrà
vorrei allargarla questa fune sottile sotto i miei piedi...
prenderne le estremità con le punte delle dita e allargarla fino a farla diventare una stradina sulla quale camminare con serenità, stabilità interiore.
Sentirmi stabile sui miei piedi.
Centrata su me stessa.
Senza provare il continuo bisogno di qualcosa (un lavoro?) o di qualcuno (un compagno?).
Solo quando si ha il completo possesso di se stessi si smette di dipendere da qualcosa che è fuori.
Ciò che è fuori non è sotto il mio controllo, può esserci o no, o sparire all'improvviso, è comunque una fonte di instabilità. Da qui si evince la mia deficienza nell'aver cercato fin'ora stabilità in qualcosa che per sua natura stabile non è.
Se l'equilibrio non è dentro...si cade.
Non si può pensare di saper stare in piedi se per farlo ci si deve appoggiare a qualcosa che è fuori di sé.
Lo fa il bimbo che non sa camminare e il vecchio ormai malato, il disabile o chi ha avuto qualche accidente temporaneo, ma chi può dire di saper stare in piedi non necessita appoggi o appigli di sorta.
Ecco questo devo imparare.
A stare in piedi da me.
Perchè fin'ora mi è solo sembrato di saperlo fare.
In realtà ero sempre appoggiata a qualcosa (un'attività, magari pure precaria, un corso di studi, che per sua natura ha una fine ben precisata) o a qualcuno (un'amicizia cara, un possibile compagno...).
Questo ha fatto di me qualcosa di non molto diverso da una bimbetta che ancora non sa camminare con le sue gambe.
Per cui se lasciata a sé, senza appoggi, cade.
E sono caduta.
Tante volte.
Direi troppe.
A questo punto non resta che imparare a camminare, mettersi in piedi piano piano, e cercare di trovare il proprio personale equilibrio.
Diverso da quello di tutti.
Solo mio.
Ecco che con le punte delle dita allargo un pochettino la mia fune sotto i piedi e già mi pare di starci su un po' meno stretta, un pochino meno precariamente, un passetto alla volta, cadrò ancora, ma so cosa sto cercando.
Puntare alla meta, è il primo passo per poterla raggiungere.
Basta con la mosca cieca.
Da brava viandante costruirò la mia via
cercando il mio equilibrio con l'andare.